“SCUSI, PERCHE’ NON PROCEDE?”
ovvero: il valore del tempo per la società

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“SCUSI, PERCHE’ NON PROCEDE?”
ovvero: il valore del tempo per la società
di Simone Stabilini

Io faccio quel poco di spesa che mi serve quasi sempre la domenica pomeriggio, perché c’è poca gente e posso scegliere le mele e gli altri prodotti uno a uno senza stress, e siccome sono piuttosto iperattivo, uso questo momento anche per osservare l’umanità.


Oggi, mentre caricavo i miei nove prodotti sul nastro della cassa, la mia attenzione viene catturata da un ragazzino e sua madre. Lui dondola avanti e indietro, sistema i prodotti continuamente, scuote le mani. La madre lo aiuta: “ora tu vai là, la cassiera fa passare i prodotti e tu li metti nel primo sacchetto; quando hai finito, usi il secondo sacchetto…”. Non sono un clinico, ma un po’ di esperienza nel campo ce l’ho, e penso di essere abbastanza sicuro nell’affermare fosse autistico.


La cassiera sorride, e inizia a passare i prodotti. Il ragazzino, con una mano – nell’altra aveva un oggetto che non ho ben compreso cosa fosse – prende il primo prodotto e lo mette nella borsa, con attenzione. Passa al secondo e mentre la madre tiene aperta la borsa, lo ripone con altrettanta attenzione. I prodotti iniziano ad accumularsi, e così, intelligentemente, la cassiera rallenta, quindi si ferma. To’, penso io, una persona intelligente che ha capito che ci sono cose più importanti nella vita.

Dietro di me, un odiosissimo signore sulla cinquantina incalza la cassiera: “Scusi, ma perché non procede?”. La cassiera, evidentemente imbarazzata, sorride al signore, e fa cenno, come dire: sto dando tempo. Lui la guarda e rincara la dose: “Io non ho tempo da perdere. Proceda, per favore, proceda, PROCEDA”.

Il capofiliale si accorge, guarda la cassiera che, sempre più imbarazzata, è costretta a continuare a caricare la spesa.

Il ragazzino non riesce a stare al passo, il signore borbotta e risponde al telefono: “Sì, guarda, sono in fila da un quarto d’ora, qua c’è gente che ha tempo da buttare via a aspettare gli idioti”. A parte il fatto che già a pelle quell’uomo mi fosse odioso, dopo quella battuta telefonica si attiva il mode “insofferenza-verso-la-maggior-parte-del-genere-umano” e, in uno slancio sociale colossale, dico a quest’uomo: “Scusi, ma lo sa che lei è veramente detestabile?”.


L’avessi mai fatto. Quell’uomo va su tutte le furie, e piovono gli insulti: io rigiro le mele, le controllo una ad una, poi controllo le albicocche, una ad una: il mio out-of-synchrony, in quelle occasioni, è pazzesco (e fa irritare la gente, lo so…). L’uomo, evidentemente infastidito, reagisce con una mala parola. Io mi giro, vedo una signora anziana dietro di lui, e le dico: “Signora, ha solo quello? PASSI PURE, E’ ANZIANA…”.
Lei – sembra pazzesco, ma è vero – mi dice “Ma ghe chi la me amisa…” (trad. ma c’è qui la mia amica…), come dire di non potere passare. Io le dico: bene, passi anche lei, tanto io devo controllare le mele…

L’uomo è arrabbiatissimo: ho temuto per un momento che mi picchiasse, gli occhi sembravano volere scappare fuori dalle orbite, rossi come il fuoco, ma, al contrario delle mie aspettative, butta i due prodotti che aveva (un deodorante e una confezione di gel per capelli) nel cestello delle caramelle e dice “Qui non entrerò mai più!” e se ne va.

La gente sorride, e l’ho capito pure io il non verbale, stavolta: erano CONTENTI E SODDISFATTI. Dico alla cassiera: vada piano, qui non ha fretta nessuno. Il ragazzino continua a mettere i prodotti nelle borse uno ad uno, io continuo a controllare le mie mele una ad una, le signore davanti a me chiacchierano, e tutto fila liscio.

La madre del ragazzino mi guarda, uno sguardo struggentissimo: “La ringrazio davvero sinceramente, sa, gli serve un pochino più di tempo ma ce la fa, io lo so che ce la fa…”. Io non so che dire, e sorrido: davanti ai ringraziamenti non so mai cosa fare, ed in quella occasione, mi ammutolisco ancora di più.

Attendo il mio turno – ho osservato le mie mele da ogni angolazione possibile – e pago, ed esco controllando che quel signore non fosse pronto a picchiarmi, ma non c’era più (menomale).

Ed in auto penso a questa società, che ha fretta, che non ti lascia il tempo per mettere la spesa nei sacchetti figuriamoci per fare amicizia. E penso che non mi piace, e che faccio bene ad andare in direzione ostinata e contraria.

Faccio bene.

Cara Società: devi dare il TEMPO. Serve tempo. Per alcune cose, poi, ne serve molto, molto di più del solito. Ma devi dare tempo, perché, altrimenti, qualcuno lo tagli fuori. Io il tempo me lo prendo, quando posso, ma tu devi darne a prescindere, perché ci sono cose più importanti, nella vita, che qualche minuto in meno in fila in cassa al supermercato.

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