NORMALMENTE ANORMALI
l’importanza di essere unici

#2: Be unique [consigli per la sopravvivenza nella giungla sociale]

La normalità non esiste. Questo è quanto. Ciononostante, la società intera continua ad effettuare paragoni fra persone ritenute “normali” e persone ritenute “non normali”.

Tralasciando le questioni legate all’etica, ciò che mi interessa è capire cosa si intenda per normalità, perché partendo da una definizione, è possibile compiere passi O per avallarla O per confutarla (e, prioritariamente, il mio intento sta nella seconda possibilità).

Partendo quindi dalla definizione del termine, per normalità si intende quella “condizione riconducibile alla consuetudine o alla generalità, interpretata come ‘regolarità’ o anche ‘ordine’ “.

Ora, considerando il fatto che il nostro sistema sociale è tutto tranne che ordinato, e che anzi è entropico – il cui disordine, cioè, tende continuamente ad aumentare -, possiamo tranquillamente abbandonare l’ultima parte della definizione, e già il 50% del lavoro di confutazione è effettuato.

Resta la prima parte, che preferisco, che si concentra sui concetti di consuetudine e generalità.

Una azione, una caratteristica è consueta quando si presenta con alta frequenza all’interno di una popolazione di riferimento, e lo stesso si può dire riguardo il concetto di generalità. Ed è proprio qui il punto: quale popolazione di riferimento dovremmo considerare?

Al mondo, ad Aprile 2018, si stimava esistessero circa 7 miliardi e 265 milioni di esseri umani suddivisi in circa 2200 popolazioni differenti per origine, caratteristiche socioculturali, habitus e stili di pensiero, abitanti almeno 6 biomi differenti per caratteristiche naturali, condividenti dalle 6000 alle 7000 lingue, per un totale di oltre 15 miliardi di idiomi, e distribuite in 206 stati. Ora, pur riponendo enorme fiducia nelle strutture di indagine statistica – la matematica non è una opinione ed è una scienza esatta, uno dei pochi baluardi di sicurezza che abbiamo nell’Universo -, non posso che considerare altamente arduo il tentativo di costruire concetti che permettano di identificare, in questa moltitudine di unicità, una sovrastruttura comunque costruita che consenta di considerare appartenente ad una fetta di popolazione “normale” una certa selezione di individui e di escluderne l’altra fetta.

Qualora i dati non risultassero a qualcuno sufficienti per considerare controversa e definitivamente confutata l’idea di “normalità”, consideriamo poi come la combinazione genetica delle quattro basi azotate componenti il DNA dei singoli individui di specie umana raggiungano la considerevole cifra di 4^32.000.000 combinazioni, approssimativamente pari a 7 * 10^9632959: un numero elevatissimo, molto maggiore rispetto al numero di secondi trascorsi dal big bang (ordine di 10^15) e al numero di atomi dell’universo (ordine di 10^80). La probabilità, quindi, che presi due individui (non gemelli) qualunque su 106 miliardi – il numero stimato di esseri umani che sono esistiti ad oggi – essi siano geneticamente identici è una valore così piccolo da poter essere considerato approssimativamente zero. Dove sarebbe, pertanto, la normalità?

La normalità non esiste, né idealmente né statisticamente, e nulla importa l’esistenza di codici di aderenza piuttosto che abitudini condivise: allargando il cerchio della popolazione considerata, il concetto di moda andrà via via riducendosi sempre più, fino a perdere di significatività. E questo è un bene.

Sono convinto che la nostra anormalità – intesa come unicità individuale – sia la nostra salvezza.

Immaginate l’uomo di Neanderthal: un raccoglitore d’erbe e di carcasse, alla perenne ricerca di giacigli naturali e erbe potenzialmente non letali, altrettanto perennemente in fuga dai predatori. Ebbene, se un giorno non fosse nato un rappresentante neanderthalese “anormale”, cioè unico e discostantesi dalle abitudini condivise, noi ce ne staremmo ancora a scappare da tigri, leoni ed esseri umani (da notare il parallelismo fra essere umano e bestia). Non avremmo il fuoco, se un essere umano non avesse deciso che poteva rischiare e avvicinarsi a quell’albero che, a causa di un fulmine, si era incendiato. Non avremmo la ruota, non avremmo il ferro, non avremmo l’angolo retto men che meno l’architrave. Non avremmo il drogaggio alla base dei primi circuiti elettronici, non avremmo gli studi sulla dualità particella/onda della luce e, quindi, la tecnologia alla base del nostro futuro.

Se la normalità fosse mai esistita, noi non avremmo niente, e saremmo polvere (e nemmeno molto innamorata, immagino).

Concludo quindi non senza crogiolarmi nell’idea di avere solidissime basi statistiche e filosofiche – ossimoricamente parlando – per potere affermare che la normalità non esiste se non in gruppi estremamente ristretti ma, proprio per questo, infinitesimamente significativi, e ringraziando l’Universo di avere dato vita a tanta anormalità, compresa la mia. Compresa la mia.

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